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Certificato di carichi pendenti estero

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Il certificato di carichi pendenti e il certificato generale del Casellario Giudiziale sono fra i documenti più richiesti per uso estero.

Occorre sapere che ai fini dell’utilizzo del certificato di carichi pendenti o del Casellario in un paese estero, il certificato originale dovrà essere opportunamente apostillato o legalizzato e ciò è competenza dell’ufficio della Procura della Repubblica, presso il Tribunale che ha emesso il certificato.

La richiesta potrà essere fatta personalmente o delegando al ritiro con relativa delega e copia della carta di identità.

Il certificato dei carichi pendenti e il casellario hanno validità 6 mesi.

Per la richiesta del certificato dovranno allegarsi una marca da bollo da €3,87 e una marca da bollo da €16 ogni 2 pagine di certificato. In caso di urgenza sarà da pagarsi anche il diritto d’urgenza con un’ulteriore marca da €3,87. Le marche da bollo si acquistano in qualsiasi tabaccheria.

Il servizio di traduzione legalizzata seguirà un iter separato di cui si occuperà il traduttore giurato che avrà tradotto e anche in questo caso, l’asseverazione richiede l’acquisto di marche da bollo che, però, variano a seconda dei diversi tribunali. Il traduttore non risponde dei contenuti del certificato tradotto, ma assume la responsabilità dei contenuti della corretta traduzione che giurerà davanti a un pubblico ufficiale, cancelliere o giudice di pace. Tali funzionari dovranno avere la firma depositata per l’estero in modo da poter legalizzare successivamente o apostillare anche la traduzione con validità per il paese di destinazione. Nel caso della Legalizzazione per l’estero, potrebbe essere necessaria anche la legalizzazione presso la rappresentanza diplomatica o consolare dello stato richiedente, ciò dipende da leggi nazionali, per cui è bene documentarsi previamente presso i relativi consolati o ambasciate.

L’Apostille dell’Aja, invece, è una convenzione che limita tale obbligo all’apposizione del timbro presso la Procura e non richiede il passaggio presso le autorità consolari, semplificando il movimento di tali documenti. Non hanno scadenza nè l’Apostille nè la Legalizzazione, ma invece, potrebbero avere scadenza i documenti anagrafici o certificati legalizzati o apostillati. Tuttavia, sono previste novità dal 16 febbraio 2019 quando si applicherà il Regolamento UE 2016/1191 che prevede un’esenzione generalizzata da legalizzazione e formalità analoghe estesa a tutti i paesi della comunità europea.

Al fine di ottenere documenti certificati è fondamentale affidarsi a professionisti qualificati esperti nelle pratiche di traduzione e legalizzazione dei documenti ad uso estero, poiché errori o dimenticanze nelle traduzioni, omissioni nei documenti o la mancanza dell’adeguata legalizzazione possono causare il respingimento della pratica per cui sono stati richiesti.

Storia di una traduzione. Giallo Van Gogh.

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Dal 7 giugno Giallo Van Gogh è in tutte le librerie, pubblicato dall’Asino d’oro Edizioni di Roma, con traduzione di Maria Letizia Fanello, un romanzo che ripercorre gli ultimi due anni di vita del celebre pittore e che si basa sulla teoria di due storici dell’arte americani secondo cui l’artista non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato ucciso accidentalmente.

Il testo originale, in lingua francese dal titolo Vincent qu’on assassine, è stato scritto da Marianne Jaeglé e ha riscosso molto successo tra i lettori d’oltralpe e gli appassionati della pittura di uno dei più celebri pittori di tutti i tempi.

Le pagine dell’opera alternano avvenimenti biografici, pensieri personali dell’artista e descrizioni di quadri, offrendoci una rappresentazione del pittore a tutto tondo, con un finale inatteso, diverso da quanto finora è stato detto o pensato sulla vita e l’arte del pittore olandese.

Il libro in lingua italiana è stato presentato a Roma in presenza dell’autrice che ha spiegato i motivi e il lavoro di documentazione richiesto per la stesura di questo romanzo. Illuminanti sono state le numerose biografie di Van Gogh e le accurate lettere spedite da quest’ultimo al fratello Theo, in lingua francese, grazie alle quali è stato possibile tracciare non solo gli avvenimenti significativi dei suoi ultimi anni, ma anche i pensieri che li hanno accompagnati. Se Vinçent Van Gogh non si fosse dedicato alla pittura, avrebbe potuto eccellere nella scrittura, per il suo animo complesso, la capacità descrittiva e la cura nell’espressione della propria interiorità che confessava al fratello in ogni sua lettera, come in un diario.

Il compito del traduttore non è mai facile. Sceglie di rimanere nell’ombra per prestare le proprie parole agli scrittori e far sì che delle loro opere possano approfittarne anche persone di altre nazionalità.

Il suo è un vero e proprio atto di creazione che deve permettere al lettore della lingua di arrivo di immergersi nell’atmosfera dell’opera proprio come farebbe in lingua originale.

Come ci spiega la nostra traduttrice, Mara Letizia, responsabile della sede di Ti Traduco a Roma, si tratta di un lavoro a tappe, che non deve prescindere da un’attenta lettura e analisi del libro di partenza, di cui è necessario individuare lo stile, la struttura e il linguaggio. Le scelte traduttive che andranno fatte successivamente dipendono infatti da questa prima fase, in cui il traduttore stabilirà come impostare il proprio lavoro nel rispetto assoluto dell’opera originale.

In questo caso, l’attività traduttiva si è concentrata soprattutto sulla struttura del discorso e sulla musicalità, in quanto il linguaggio utilizzato dall’autrice è sì raffinato, ma allo stesso tempo è semplice e privo di espressioni particolarmente auliche.

In merito alla struttura del testo, il discorso costruito dall’autrice, Madamme Jaeglé, è spesso paratattico, frasi brevi e intervallate da punti, ed è su questo aspetto che il lavoro si è concentrato maggiormente in quanto in italiano questo tipo di costruzione rischia di intaccare il ritmo e la musicalità, rendendoli forzati e innaturali.

Il rispetto della ritmicità della lingua di arrivo ha richiesto quindi un rimaneggiamento della sintassi, senza nulla togliere al senso ovviamente, che ha permesso di restituire al lettore italiano un linguaggio a lui più “confortevole” e naturale.

Tale approccio è detto addomesticante, che tende cioè a trasformare certi aspetti sintattici o lessicali per rendere così la traduzione precisa, ma più vicina alla lingua e alla cultura di arrivo.

È chiaro quindi che quando si affronta una traduzione, a differenza di quanto si possa pensare, le variabili da prendere in considerazione sono molte, perché oltre che con la componente linguistica, il traduttore deve fare i conti anche con altre caratteristiche, proprie di ogni lingua.

Il risultato finale di questo lavoro di traduzione, ci spiega ancora la traduttrice del libro, che spera i lettori possano cogliere, vuole essere un quadro in cui viene mostrata non solo la vita di Vinçent Van Gogh, ma anche la sua sfera interiore, i suoi pensieri e i suoi dolori, proprio com’era nell’intento di Marianne Jaeglé quando ha concepito il suo romanzo.

 

Intervista al professor Ernesto Paolozzi sull’istruzione, l’intuizione e l’arte interpretativa del traduttore

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Abbiamo l’onore di instaurare una corrispondenza con il professor Ernesto Paolozzi, docente di Storia della Filosofia Contemporanea presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e, fra i molti suoi prestigiosi incarichi, anche membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Il ragionamento filosofico applicato alla poesia è certamente un approfondimento complesso e tecnico che potrebbe riscuotere disinteresse nel lettore non avvezzo a queste materie, ma riteniamo che il confronto fra il lavoro, attualissimo e in voga, del traduttore e il pensiero filosofico sia interessante al fine di conoscere meglio il valore di quest’amata giovane professione.

-Professor Paolozzi, oggi in quasi tutti gli atenei, non specificamente nelle facoltà di lingue e per interpreti e traduttori, l’esame di lingua straniera è obbligatorio. Tuttavia, la nostra agenzia di traduzioni può testimoniare un fenomeno ricorrente. Molti studenti e a volte, addirittura i loro genitori, si rivolgono alle nostre agenzie di Rimini, Bologna e Roma per la stesura della tesi, poiché i professori propongono lunghi articoli e approfondimenti in lingua inglese che costituiscono ostacoli insormontabili per i laureandi, trattandosi di traduzioni spesso tecniche. Così lo studente decide di affidare il lavoro ad altri, competenti e non, pur di raggiungere l’agognato traguardo. Conosce questa situazione? Pensa che l’uso della lingua inglese possa costituire un’imposizione quando non è esplicitata in un percorso di studi? E’ proprio di questi giorni la sentenza che interrompe la decisione del Politecnico di Torino di effettuare i corsi in lingua inglese 

-Sono al corrente anche se non conosco con precisione le condizioni delle varie Università. Ed è una situazione abbastanza grave. Non facilmente spiegabile. L’Italia è un paese esterofilo, sia in senso positivo che negativo, rispetto ai francesi, ad esempio, che sono molto nazionalisti. Eppure, sul terreno delle lingue sembra refrattario ad accogliere quelle straniere, inglese compreso. Non direi imposizione. Penso che sia una questione da risolvere con il buon senso. Vi sono percorsi formativi per i quali la conoscenza dell’inglese è indispensabile.  Mentre per altre specializzazioni è consigliabile ma non necessario.

-Accade qualcosa di simile quando l’università richiede un certificato di lingua obbligatorio per l’ottenimento dei crediti curriculari. La soluzione che resta allo studente è affrontare, a pagamento, corsi esterni in enti accreditati. Pensiamo che tale formazione dovrebbe già essere garantita dagli Istituti Superiori. Questo è un sistema che crea ostacoli, invece di semplificare l’istruzione, non crede che ci sia qualcosa d’illiberale in tutto ciò?

Si, illiberale, ingiusto. L’istruzione pubblica, un vanto dell’Italia, non può non garantire lo studio di lingue straniere e dell’inglese in particolare. Anche questo è un mistero. Non credo sia solo un problema di insegnanti impreparati. È l’intero sistema che non funziona, è l’approccio generale che è sbagliato. In fondo è un caso particolare del più generale rifiuto degli italiani a imparare altre lingue. D’altro canto, nonostante i grandi passi avanti compiuti negli ultimi decenni, grazie alla scuola pubblica e alla televisione, in molte città italiane si parla il dialetto o lingua locale molto più dell’italiano.

-Lei ha dedicato larga parte della Sua carriera ai numerosi studi e pubblicazioni sul pensiero di Benedetto Croce e al metodo liberale. Desidero guardare insieme con Lei in quella direzione e trattare da tale prospettiva il nostro argomento. Croce, nella sua Estetica definisce “intuizione” l’atto creativo. E’ possibile equiparare a uno sforzo di valore artistico l’instancabile opera di ricerca del traduttore?

E’ una questione molto complessa. In realtà ogni nostro atto è un atto creativo, quello artistico, o estetico che dir si voglia, è un atto creativo che si distingue per essere un modo di conoscere il mondo. L’intuizione, l’arte è il primo momento della conoscenza, conosce e rappresenta il mondo, la vita, nei suoi aspetti individuali. Conosce un uomo, non il concetto di uomo. Ora la traduzione sembrerebbe essere, a prima vista, la meccanica riproposizione di altre rappresentazioni, di racconti, impressioni, sentimenti che il traduttore semplicemente traspone. Non è così. A mio modo di vedere. Il traduttore prova a ricreare in se stesso lo stato d’animo, il pensiero, l’intuizione o il concetto che intende tradurre. Ho detto ricreare, che è come dire creare di nuovo. Ecco perché una bella traduzione, o una traduzione riuscita, è sempre un atto creativo, artistico. Così, se non si è in grado di comprendere la filosofia è impossibile tradurre un testo filosofico. In questo caso non è la lingua il problema. Veniamo così alla questione dell’interpretazione.

-In effetti, professore, il traduttore professionista, penso anche a chi si occupa di combinazioni linguistiche particolari, traducendo in ambiti semantici privi di scontate corrispondenze terminologiche, è chiamato quasi a un atto d’immaginazione e creazione di un nuovo testo, forse sempre diverso, a seconda di chi lo traduce e proprio ciò che ci pone davanti al problema dell’interpretazione?

-Si, credo, per quello che si è detto, che la traduzione sia un’interpretazione. Croce, celiando, diceva che le traduzioni sono o belle e infedeli o brutte e fedeli. Tradurre, aggiungo, è come recitare un testo teatrale. Per quanto ci si sforzi per essere fedeli al copione, si crea sempre qualcosa di diverso, di nuovo. Con linguaggio moderno vogliamo chiamarlo scarto interpretativo? Il traduttore è un interprete. D’altro canto sono interpreti anche il lettore e lo spettatore. La vita è un’interpretazione. Questo spiega la diversità delle traduzioni, il mutare con il tempo delle interpretazioni e, dunque, delle traduzioni. Suscitai anni fa una polemica sostenendo la tesi che ai giovani italiani Manzoni appare più vecchio di Balzac o Dostoevskij, perché leggono il grande scrittore francese o il grande russo tradotti in un italiano contemporaneo, mentre leggono il grande lombardo in un italiano ormai antico. Qualche anno fa fu tradotto, diciamo così, Il Principe di Machiavelli in italiano corrente. Ha perso fascino, ma si legge in mezza giornata.

-La critica filosofica attuale fa dei passi indietro rispetto al pensiero crociano che sono celebrati addirittura vittoriosamente dalle nuove correnti, quali ad esempio la posizione rispetto all’idea di intraducibilità della poesia ritenuta oggi solo espressione dell’idealismo di Croce. Qual è la Sua opinione sulla possibilità o meno di creare una perfetta traduzione della poesia?

Per quello che si è detto può sembrare che l’impossibilità della traduzione perfetta coincida con una forma di scetticismo o di relativismo. Sembra perché siamo abituati a pensare la verità come un fatto, a una cosa che sta da qualche parte nascosta: basta cercarla, trovarla ed è finita. La verità si costruisce, si modifica, si contraddice e si riafferma nella storia, nella vita. La decadenza della cultura italiana si può misurare anche sulla pervicace incomprensione di questa condizione la quale, peraltro, è la condizione della libertà. Croce non intese svalutare i traduttori come pure qualche stupido anche autorevole, ha sostenuto. Di stupidi autorevoli ne è pieno il mondo. Anzi. Come si è visto affida al traduttore-interprete un compito difficilissimo, una grande responsabilità. D’altro canto fu lui stesso un traduttore, come è noto. Chi traduce ha competenze linguistiche, conoscenze storiche, sensibilità individuale. Non fosse così, tanto varrebbe affidarsi al traduttore che ognuno di noi possiede, ad un aggiornato programma inserito nel nostro computer. Aggiornato, ho detto senza volerlo, il che significa che anche la macchina è interpretativa, nemmeno lei possiede la verità.

-In merito alla ricerca della personalità, quanto è importante e che valore hanno per Lei la singolarità e l’originalità? Crede che in questo inizio di millennio si possa auspicare una nuova élite di pensatori e artisti che segni la differenza e un drastico cambiamento sociale di qualità, valori e soluzioni in linea con la natura democratica e liberale del nostro paese, dando forza e pregio a ciò che più contraddistingue l’Italia e cioè l’arte e la bellezza?

Posso auspicare che si formi una nuova classe dirigente nel nostro paese, non posso prevederlo. Segnali incoraggianti non ci sono, per la verità.  Non solo in Italia. Però la storia preserva sempre sorprese. Positive e negative. Alle donne e agli uomini di buona volontà, tocca il compito di tenere accesa la scintilla della civiltà, della libertà. Ognuno secondo le proprie capacità, senza smarrirsi nel pensare a cosa accadrà, ma lavorando con modestia ed orgoglio assieme.

                                                                                                                                                                                                      ©Giorgia Mercedes Parente

English Version

 

Interview with Professor Ernesto Paolozzi on the education, intuition and interpretation of the translator

We are honoured to start a correspondence with Professor Ernesto Paolozzi, who teaches History of Contemporary Philosophy at the Suor Orsola Benincasa University of Naples. As another one of his prestigious positions, he is also member of the Scientific Committee of the Italian Institute of Philosophic Studies.

The philosophic thought applied to poetry is certainly a complex and technical insight that could result in disinterest in readers who are not accustomed to these subjects; however, we believe that his modern and updated work and his philosophical thought are fundamental to get to know the value of this popular, young profession.

– Professor Paolozzi, today in nearly all universities, not only in the departments of languages for interpreters and translators, an exam in a foreign language is obligatory. However, our translation agency can witness a recurring phenomenon. Many students, sometimes even their parents, come to our agencies in Rimini, Bologna and Rome to translate their university dissertation. This is because professors propose long articles and further developments in English that constitute excessive barriers for their students, especially because dissertations often include texts full of technical expressions. Therefore a student decides to give his work to someone else, specialist or not, in order to reach this difficult goal. Have you already witnessed this situation? Do you think that the use of the English language should be an imposition when it is not specified in a study course?  The sentence that interrupts the decision of the Polytechnic University of Turin to do courses in English was passed in this period.

-I am aware of the conditions, even though I don’t know in detail those of each University. The situation is quite serious and it’s not easy to explain. Italy is a xenophile country, both in the positive sense and the negative one, comparing to the French for example, who are more nationalist. However, Italy seems slow to adopt foreign languages, including English. I wouldn’t say “imposition”. I think that it’s an issue that should be resolved with common sense. There are training courses for which English is indispensable. Whilst for other specializations it’s recommended, yet not necessary.

– The same thing happens when Universities ask for a language certificate that is obligatory for the obtainment of course credits. The only solution that the student can find is to face, under a fee, external courses with accredited bodies. We think that this preparation should be guaranteed by Secondary Schools. This is a system that creates obstacles, instead of facilitating education; don’t you think that there is something illiberal in all this?

– Yes, illiberal and unfair. The Public Education, Italy’s pride, is not able to guarantee foreign language studies, especially in English. This is also a mystery. I don’t think that it’s simply a problem of unprepared teachers. It’s the whole system that doesn’t work well; it’s the general approach that is wrong. In the end, it’s a specific case of the more general refusal of Italians to learn foreign languages. On the other side, even if big steps forwards have been made in the last decades, thanks to public education and television, in many Italian towns local dialects or languages are more common than standard Italian.

-You have dedicated a large part of your career to various studies and publications on Benedetto Croce’s thought and liberal method. I would like us to look in that direction together and treat the argument from this point of view. Croce, in his Aesthetics, defines a creative act as “intuition”. Is it possible to compare the translator’s tireless work of research to an effort of artistic value?    

It’s a very complex question. In reality, each of our acts is an act of creation, whether it is artistic or aesthetic. It’s a creative act that stands out for being a way to discover the world. Intuition, art, are the first steps of knowledge, they discover and represent the world, life and each individual aspect. It is the individual who knows, and not the concept of individual. Now translation seems to be, at first sight, the mechanical reframing of other representations, stories, impressions, feelings that the translator simply transposes. This is wrong, from my opinion. The translator tries to recreate inside of himself the mood, thought, intuition and concept that he intends to translate. I said recreate, which means creating, again. This is why a good translation, or a successful translation, is always an act of creation, an act of art. Therefore, if you’re not able to understand philosophy, it will be impossible to translate a philosophic text. In this case, the problem isn’t the language. This leads us to the issue of interpretation.

-In fact, professor, a professional translator often translates in particular semantic spheres, free from predictable terminological correspondences, especially who deals with unusual linguistic combinations. This is why he has to use his imagination to create a new text, which may be always different depending on who translates it. Is it this fact that places in front of us the problem of interpretation?

-Yes, in the light of the above, I do think that translation is interpretation. Croce jokingly said that translations are beautiful and unfaithful, or ugly and faithful. I would add that translating is like acting in a play script. For how much you can force yourself to be loyal to the script, you always create something different, something new. In modern language, we could call it “interpretative lag”. The translator is an interpreter. On the other hand, also the reader and the audience are interpreters. Life is an interpretation. This explains the diversity of translations, the evolution over time of interpretations and therefore translations. I generated a controversy, years ago, sustaining that to young Italians, Manzoni seems to be more ancient than Balzac and Dostoyevsky, because they read the great French and Russian authors’ texts in a contemporary Italian, whilst they read the great Lombard author’s work in an Italian that today seems antique. Some years ago Machiavelli’s “The Prince” was translated in current Italian – it lost its charm, but you could read it in half a day.  

-Today’s philosophical criticism takes some steps backward from Croce’s thought, which are celebrated victoriously by the new currents. This is the case of the untranslatability of poetry, for instance, that nowadays is considered a mere expression of Croce’s idealism. In your opinion, would it be possible to achieve a perfect translation of poetry?

For what has been said it could seem that the impossibility of a perfect translation coincides with scepticism and relativism. This could be because we are used to consider the truth a fact, an element that is hidden somewhere: you just need to search for it, find it and you’re done. The truth needs to be created, modified, contradicted, and thus reaffirmed in history and throughout life. The decline of the Italian culture can be measured also in the persistent incomprehension of this condition, which is, however, the condition of freedom. Croce didn’t mean to underestimate translators, as some foolish intellectuals sustained. The world is full of foolish intellectuals. In fact. As we have seen, the translator-interpreter has a very difficult task and great responsibility. On the other hand, Croce himself was a translator, as we know. Those who translate have linguistic and historical competencies and an individual sensibility. If it wasn’t so, you might as well rely on the translator that anyone could own, an updated programme on our computer. I said “updated” inadvertently, this means that even a machine is interpretative and doesn’t possess the truth.

-Regarding the search for personality, how important is it and what value do you give to singularity and originality? Do you think that in the beginning of this millennium we can hope for a new elite of intellectuals and artists that make a drastic social change in qualities, values and solutions, in line with the liberal and democratic nature of our country, giving power and prestige to what makes Italy stand out – its art and beauty?

All I can do is hope that a new ruling class takes shape in our country, but I can’t anticipate it. To be honest, there are no encouraging signs. Not only in Italy. But history is always rich of surprises – positive ones and negative ones.  Men and Women of good will have the important task of keeping the flame of civilization and freedom burning, using their abilities, without over thinking about what will happen, working together with modesty and pride.

                                                                                                                                                                                                    ©Translated by Ti Traduco

In esclusiva le riflessioni di Maxence Fermine sull’arte di scrivere.

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Maxence Fermine, scrittore francese, ha pubblicato romanzi di fama mondiale per adulti e per ragazzi ed è stato tradotto in più di 16 lingue. Fra i suoi romanzi più noti la trilogia dei colori (Neve, Il Violino nero e L’apicoltore), Opium e nella letteratura per ragazzi, La trilogia del regno delle ombre.

La libertà narrativa di Maxence Fermine è il primo elemento di spicco dei suoi romanzi in cui lo stile assolutamente unico combina la prosa del racconto con la musicalità di immagini poetiche che si susseguono, fatte di colori e di spazi di armonia, assolutamente vitali.

La sua sensibilità e cordialità ci onora. Siamo gioiosi di aver ricevuto da lui questa intervista, come egli stesso ci scrive, da “amici della letteratura”. Quale più dolce espressione per chi nella letteratura cerca l’umanità tutta e attraverso la scrittura riesce a raggiungerla?

  • Maxence, ci permetta di iniziare subito con una domanda diretta, così come Lei fa nei suoi libri che creano, sin dalla prima pagina, intimità col lettore. E’ opinione comune che lo scrittore riesca veramente ad esprimere in pienezza le emozioni e i segreti della sua mente, è necessario che ciò sia vero o la scrittura può riuscire a rendere indecifrabile la personalità dell’autore, staccandosene totalmente? Ha mai scelto, per riserbo, di censurare i suoi pensieri o trova sempre il coraggio di scrivere e pubblicare ciò che pensa?
  • La scrittura è allo stesso tempo, un modo per entrare in scena e per celarsi dietro un personaggio. La risposta è quindi più sottile di quanto appare a primo acchito. Certo, lo scrittore è un catalizzatore di emozioni e, senza una profonda sensibilità, è quasi impossibile scrivere un romanzo nel quale il pubblico possa immedesimarsi. In questo senso sì, nelle pagine che scrivo svelo la mia anima e i suoi segreti e le persone che mi conoscono meglio hanno la facoltà di leggere tra le righe e di riconoscermi nei personaggi dei miei romanzi. Ma, alla maniera degli attori che ricoprono un ruolo, posso anch’io nascondermi dietro un personaggio e seguire i suoi passi e le sue dottrine senza per questo condividere le sue idee e il suo carattere. In un certo qual modo, si tratta di un gioco di luci ed ombre nel quale appaio spesso sul palcoscenico per poi sparire dietro le quinte e confondere meglio le mie tracce.
  • La sua prosa crea atmosfere fantastiche, quasi liriche ed è originale rispetto a molta narrativa degli ultimi decenni che si omologa alla realtà, scegliendo spesso temi attuali strettamente legati a situazioni urbane. Quanto pensa che il francese, la sua madrelingua, incida sul suo stile? Ha mai immaginato che se avesse scritto in un’altra lingua ciò avrebbe potuto modificare la sua scrittura?
  • Penso che qualsiasi lingua con una bella musicalità sarebbe adatta per me. L’italiano, lo spagnolo e persino l’inglese possiedono quella grazia e quella dolcezza che si confanno al ritmo delle mie frasi. Senza dubbio, avrei trovato più difficoltà con le lingue germaniche, o gutturali, anche se Goethe, in fondo, se l’è cavata egregiamente. Il francese però, lingua ricca, a tratti difficile, ma piena di sfumature, si adatta perfettamente. Non mi pongo, quindi, la questione della lingua e mi accontento di imparare ogni giorno a dominare meglio la lingua di Molière, che è già questa una grande impresa.
  • Ha mai temuto che la traduzione dei suoi romanzi potesse non svelare a pieno la sua scrittura e rischiasse di diventare altro?
  • No, confesso di avere una totale fiducia nei miei traduttori e penso, del resto, che sia necessario dare fiducia alle persone in generale. Non è mio compito giudicare il loro lavoro, ma dell’editore e dei lettori.
  • Se voltiamo lo sguardo ai tempi passati in cui scrittori ed artisti erano i protagonisti della società e di quel passato hanno lasciato le tracce più belle, oggi viviamo quasi il fenomeno opposto, che esclude dagli ambienti più “sociali” chi si occupa di materie umanistiche. Lei non sente questa solitudine e lontananza? Ha l’esigenza di incontrare i suoi colleghi scrittori, i lettori ed il pubblico?
  • La solitudine dell’autore è sicuramente quanto di più difficile ci sia da gestire. La mia è compensata da tre cose. Prima di tutto, credo di avere un bisogno viscerale di isolarmi ogni giorno per qualche ora, e di non fare altro che scrivere ascoltando una musica rilassante. Più gli anni passano e più questo bisogno, che al giorno d’oggi è diventato un privilegio, diventa reale. In genere, scrivo la mattina dalle 8:30 alle 12:00. In secondo luogo, sono circondato dalla mia famiglia, mia moglie, le mie due figlie e le mie sorelle. Infine, collaboro regolarmente con la rivista Alpes Magazine che mi offre l’occasione di uscire dal mio studio e di confrontarmi col territorio alpino e gli umani che lo abitano. Ad esempio, sono di ritorno da un reportage all’Hotel du Montenvers, a Chamonix. Prima di questo, ho fatto per dieci anni incontri in più di 80 licei in Francia e in numerose sale e librerie. Ora ne faccio di meno, per scelta, perché considero che il motore di questo mestiere sia il piacere della scrittura.
  • Quali sono gli scrittori contemporanei a cui si sente più vicino e le caratteristiche che contraddistinguono le sue scelte letterarie?
  • Amo, prima di tutto, i narratori che hanno uno stile fuori dal comune, una voce particolare. Preferisco autori come Mathias Malzieu, Laurent Gaudé, Philippe Claudel o, tra quelli con un registro più particolare, Michel Houellebecq. Tra gli italiani leggo regolarmente De Luca o Baricco. Ma amo leggere anche cose diverse, come libri di fantascienza (Ray Bradbury, Georges Orwell, Philip K. Dick, …) o per ragazzi (Roald Dahl, John Green) o ancora la letteratura di montagna (Frison-Roche, Lionel Terray…).
  • L’opera di un artista vive una vita indipendente dall’autore stesso. Si dimenticano gli uomini, ma l’arte resta. Le dispiace quest’idea o pensa che in ciò risieda la magia legata allo spirito immortale dell’uomo?
  • L’artista ha il potere di cambiare la vita delle persone o, in maniera più sobria, di influenzarla. È in questo che l’arte possiede una dimensione universale. Un semplice racconto come Neve ha toccato migliaia di persone, ed è questo che rende l’arte preziosa. Ritengo che creare dia all’autore una sorta d’immortalità che, dopo tutto, forse non è altro che un’illusione. Ma un’illusione è già molto. Cosa sarebbe l’uomo senza il potere dei sogni?
  • Se volessimo considerare la lingua un modo di sentire, dovremmo riconoscere, nella complessità e diversità riflessa nella letteratura mondiale, l’infinita ricchezza dell’umanità. Perché si tende ad amare l’originalità, l’estro e il genio nell’arte e negli artisti, ma è ancora così difficile per alcune società contemporanee che pure leggono e producono arte, accettare le diversità e il multiculturalismo?
  • Qui risiede tutto il paradosso dell’animo umano. Glorifichiamo il genio, l’inventiva e l’originalità di certi artisti, ma allo stesso tempo questo ci fa paura, o semplicemente non ci fa piacere perché si ha sempre paura di quello che non si riesce a controllare. Per questo, l’artista non deve aver paura di distinguersi dagli altri. I miei sogni, la mia fantasia, la mia immaginazione, che sono state considerate a lungo degli handicap per la vita reale, sono diventati una forza dal momento in cui sono riuscito a scrivere il mio primo romanzo. Non ringrazierò mai abbastanza i lettori, e soprattutto gli italiani, perché questo mi ha cambiato la vita.

© Giorgia Mercedes Parente

 

TESTO ORIGINALE IN LINGUA FRANCESE

 

Maxence Fermine, écrivain français, a publié des romans de renommé internationale pour adultes et adolescents, qui ont été traduit dans plus de 16 langues. Parmi ses romans les plus célèbres, la trilogie des couleurs (Neige, Le Violon Noir et l’Apiculteur), Opium et dans la littérature pour adolescent, Le Palais des ombres.

La liberté narrative de Maxence Fermine, est le premier élément marquant dans ses romans dans lesquels le style absolument unique combine la prose du récit avec la musicalité des images poétiques qui se suivent, faites de couleurs et d’espaces harmonieux, absolument vivants.

Sa sensibilité et cordialité nous font honneur et nous sommes heureux de l’avoir reçu en interview en tant qu’ « amis littéraires », comme lui-même nous décrit. Y a-t-il plus douce expression pour qui cherche l’humanité dans la littérature et à travers l’écriture parvient à l’atteindre ?

  • Maxence, vous nous permettez de commencer tout de suite avec une question directe, comme vous le faites dans vos romans qui, dès la première page, instaurent de l’intimité avec le lecteur. Il est de l’opinion publique de croire que l’écrivain parvient à exprimer avec plénitude les émotions et secrets de son esprit. Est-il nécessaire que cela soit vrai ou l’écriture peut réussir à rendre indéchiffrable la personnalité de l’auteur, s’en détachant totalement ? Avez-vous jamais choisi, par réserve, de censurer vos pensées ou vous trouvez toujours le courage d’écrire et de publier ce que vous pensez?
  • L’action d’écrire est tout à la fois une manière de se mettre en scène, mais aussi de se cacher derrière un personnage. La réponse est donc plus subtile qu’elle n’y paraît au premier abord. Bien entendu, l’écrivain est un catalyseur d’émotions, et sans profonde sensibilité, il est quasiment impossible d’écrire un roman dans lequel le public puisse se retrouver. En ce sens-là, oui, je dévoile mon âme et les secrets de mon esprit dans les pages que j’écris. Et les personnes de mon entourage ont la faculté de lire entre les lignes, et de me reconnaître dans mes personnages de romans. Mais, à l’instar des acteurs qui endossent un rôle, je peux aussi très bien me cacher derrière un personnage, et suivre ses pas et ses doctrines sans pour autant partager ses idées et son caractère. En quelque sorte, il s’agit là d’un jeu d’ombre et de lumière où j’apparais bien souvent au-devant de la scène, puis disparaît en coulisses pour mieux brouiller les pistes.
  • Votre prose instaure une atmosphère fantastique, presque lyrique et cela est original par rapport à nombre de narrations de ces dernières années, qui se conforment à la réalité, choisissant souvent des thèmes actuels extrêmement liés aux situations urbaines. Pensez-vous que votre langue maternelle, le français, ait une influence sur votre style ? Avez-vous déjà imaginé que, si vous aviez écrit dans une autre langue, cela aurait pu modifier votre écriture ?
  • Je pense que toute langue comportant une belle musicalité m’aurait convenu. Ainsi l’italien, l’espagnol, et même l’anglais possèdent cette grâce et cette douceur qui conviennent au rythme de mes phrases. Sans doute aurais-je eu plus de mal avec des langues germaniques, ou gutturales, encore que Goethe s’en soit très bien sorti. Mais le français me convient parfaitement, langue riche, parfois difficile, mais pleine de nuances. Donc je ne me pose pas la question de la langue, et me contente d’apprendre chaque jour à maîtriser un peu mieux la langue de Molière, ce qui est déjà une vaste entreprise.
  • Avez-vous déjà eu peur que la traduction de vos romans ne reflète pas pleinement votre écriture et la fasse devenir autre chose ?
  • Non, j’avoue que j’ai une confiance totale envers mes traducteurs, et je pense d’ailleurs qu’il faut faire confiance aux gens d’une manière générale. Ce n’est pas à moi de juger leur travail, mais à l’éditeur et aux lecteurs.
  • Si on jette un œil au temps révolu, où les écrivains et les artistes étaient les protagonistes de la société en nous laissant de ce passé des traces intemporelles, aujourd’hui on vit dans un monde quasiment inversé, qui exclut ceux qui exercent des professions « artistiques » des sphères sociales. Ressentez-vous cette solitude et éloignement ? Avez-vous cette volonté de rencontrer vos collègues écrivains, lecteurs et public ?
  • La solitude de l’auteur est sans doute ce qu’il y a de plus difficile à gérer. La mienne est compensée par trois choses. D’abord, je crois que j’ai un besoin viscéral de m’isoler quelques heures par jour, et de ne rien faire d’autre qu’écrire en écoutant de la musique relaxante. Plus j’avance en âge et plus ce besoin, qui de nos jours est devenu un privilège, est réel. En général, j’écris le matin de 8h30 à 12h. En second, je suis très entouré par ma famille proche, ma femme, mes deux filles et mes deux sœurs. Enfin, je collabore régulièrement à la revue Alpes magazine qui m’offre l’occasion de sortir de mon bureau et d’être confronté aux territoires alpins et aux humains qui l’habitent. Ainsi je reviens d’un reportage à l’hôtel du Montenvers, à Chamonix. Avant cela, pendant dix années j’ai fait des rencontres dans plus de 80 lycées de France, ainsi que de nombreux salons et librairies. J’en fait moins maintenant par choix, car je considère que le moteur de ce métier est le plaisir de l’écriture.
  • Quels sont les écrivains contemporains de qui vous vous sentez le plus proche et les caractéristiques qui distinguent vos choix littéraires ?
  • J’aime avant tout les conteurs, et ceux qui ont un style décalé, une voix particulière. Ainsi je suis au gré de mes envies des auteurs comme Mathias Malzieu, Laurent Gaudé, Philippe Claudel ou dans un registre plus particulier Michel Houellebecq. En Italie, je lis régulièrement De Luca ou Barricco. Mais j’aime aussi lire des choses différentes, comme de la science-fiction (Ray Bradbury, Georges Orwell, Philip K.Dick, …) de la jeunesse (Roald Dahl, John Green) ou de la littérature de montagne (Frison-Roche, Lionel Terray…).
  • L’œuvre d’un artiste vit une vie indépendante de l’auteur même. On finit par oublier les hommes mais l’art, ne s’oublie pas. Cette idée vous déplaît-elle ou vous pensez qu’en cela réside la magie liée à l’esprit immortel de l’homme ?
  • L’artiste a le pouvoir de changer la vie des gens, ou plus sobrement de l’influer. C’est en cela que l’art possède une dimension universelle. Un simple conte, comme Neige, a pu toucher des milliers de gens, et c’est cela qui rend cet art précieux. Je pense que créer apporte à son auteur une sorte d’immortalité, qui n’est peut-être après tout qu’une illusion. Mais une illusion, c’est déjà beaucoup. Que serait l’homme sans le pouvoir des rêves?
  • Si l’on veut considérer la langue comme un moyen de ressentir, nous devrions reconnaître, dans la complexité et diversité reflétée dans la littérature mondiale, la richesse infinie de l’humanité. Pourquoi avons-nous tendance à aimer l’originalité, l’inventivité et le génie de l’art et des artistes, mais il est toujours si difficile pour certaines sociétés contemporaines, qui pourtant lisent et produisent de l’art, d’accepter la diversité et le multiculturalisme ?
  • C’est là tout le paradoxe de l’âme humaine. On glorifie le génie, l’inventivité, l’originalité de certains artistes, mais en même temps cela nous fait peur, ou tout simplement nous déplaît car on a toujours peur de ce qu’on ne maîtrise pas soi-même. Pour autant, l‘artiste de doit pas avoir peur de se démarquer des autres. Mes rêves, ma fantaisie, mon imagination, qui sont demeurés longtemps des handicaps pour la vie réelle, sont devenus une force dès que j’ai pu parvenir à écrire un premier roman. Je ne remercierai jamais assez les lecteurs, et surtout les italiens, car cela a changé ma vie.

                                                                                                                                                                                               Traduzioni di Maria Letizia Fanello

 

 

 

 

 

Reggia di Caserta: Ultima edizione

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Il progetto dell’editore Colonnese giunge a termine con la pubblicazione della nuova guida della Reggia di Caserta, tradotta da Ti Traduco, in inglese, francese, spagnolo e tedesco. Una descrizione storica ed artistica di uno dei Palazzi più belli del mondo, oggi egregiamente riportato all’attenzione dei visitatori dal direttore bolognese Mauro Felicori che a breve, purtroppo, lascerà l’incarico per ragioni di pensionamento. Lo stesso Felicori dichiara che non smetterà di occuparsi di cultura poiché la sua età se non gli garantisce più la stessa resistenza che in gioventù  è però garanzia di esperienza. Auspica che la Reggia possa essere diretta da un giovane. Intanto, il lavoro svolto per la traduzione della nuova guida è completato.  Ha richiesto competenze specifiche soprattutto nella descrizione delle 1200 stanze che, al palazzo di Caserta, presentano specificità uniche. Come esclusivi sono il parco, i giardini e le fontane, che oggi i visitatori che parlano inglese, francese, spagnolo e tedesco troveranno ampiamente descritte in questa nuova traduzione dedicata alla Versailles italiana.

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